La paura di ammalarsi, ipocondria

La paura di ammalarsi, ipocondria

“Vivo nel terrore di ammalarmi di ipocondria.”
PAOLO BURINI

la cura del' ipocondria che causa malattie
Ipocondriaco saturo di farmaci che non prende

La paura di ammalarsi, ipocondria,  è una fobia specifica o monofobia, quella appunto di essersi presa una malattia per lo più contagiosa e mortale.

La varietà delle malattie temute varia da paziente a paziente e nello stesso paziente cambia nel tempo.

Si tratta di un  disturbo d’ ansia, come anche inquadrato nel DSM ( manuale di riferimento per la diagnosi in psichiatria).

La paura di essersi ammalati, porta il paziente a ricorrere al consulto dallo specialista medico, che lo tranquillizzerà sulla sua salute.

Questa tranquillità però avrà breve durata: Il pensiero ossessivo che è  alla base del problema, indurrà pensieri di dubbio:

  • Dubbio ipocondriaco che le analisi prescritte e che davano esito negativo possano essere state sbagliate dal laboratorio d’ analisi.
  • Dubbio che le analisi fossero giuste, ma che la contrazione della malattia sia avvenuta in un momento successivo al prelievo o alla tac, ecc..
  • Dubbio che il medico si sia sbagliato o che la patologia sia sopravvenuta dopo la visita effettuata dallo specialista.

Sostanzialmente l’ ipocondriaco si fida solo di se stesso, per cui passa la maggior parte del suo tempo ad auscultarsi, a sentire il minimo sintomo, dolore o disturbo che siano segno di patologia, spinto dalla paura di essersi preso delle malattie.

Il medico servirà solo a confermare la diagnosi, sperando ovviamente che ciò non accada. In questo caso però non è il paziente ad essersi sbagliato, ma il medico ed ecco il bisogno di sottoporsi ad una nuova autovisita e successivamente ad una nuova visita specialistica.

Si instaura così, passaggio dopo passaggio, il concetto che la malattia c’è e che la diagnosi  va ricercata.

Scopo della terapia è interrompere questo circolo vizioso paura-visita-tranquillità-dubbio-paura-ecc. che costituisce la struttura portante e formante del problema.
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Paura di guidare l’ automobile

Paura di guidare l’ automobile

autofobia

Paura di guidare l’ automobile, detta anche amaxofobia (dal greco antico amaxos, “carro”), è una particolare varietà del “disturbo da attacco di panico”, consiste nella paura di perdere il controllo alla guida dell’ auto e di avere conseguenze terribili.

Come sappiamo, la persona che soffre di fobia, attua come soluzione soprattutto l’evitamento della situazione conflittuale. Questo evitamento può essere  addirittura precoce al punto che la persona evita di prendere la patente. Questo può accadere con l’ evitamento di partecipare alle lezioni di guida, con evidente contraretà dei familiari che le hanno pagate, oppure si può manifestare con la paura di eseguire l’ esame pratico di guida. Nella mia esperienza ho visto anche giovani capaci e svegli evitare di superare l’ esame teorico pur di non arrivare a quello della pratica.

Nella pratica clinica, ho riscontrato molte varinti della paura di guidare:

  • Paura di guidare l automobile in luoghi nei quali non c’è possibilità di uscite laterali, come in autostrada, nei viadotti, nei ponti o nel G.R.A. (Grande Raccordo Anulare di Roma).
  • Paura di guidare l automobile nelle gallerie ( che potrebbe anche essere inserita nella categoria precedente).
  • Paura di guidare l automobile nel traffico.
  • Paura di guidare l automobile lontano da casa.
  • Paura di guidare l automobile nel buio.
  • Paura di guidare l automobile da soli.

Di cosa ha paura la persona affetta da amaxofobia?

La paura è quella di perdere il controllo, con le sue due varianti principali:

  1. Generare un incidente mortale del quale avere la colpa, in seguito ad una attacco di panico;
  2. Paura di avere incidenti con veicoli di grosso volume (camion, pulman ecc.)
  3. Paura di avere un attacco di panico e non poter fuggira dal luogo di paura;
  4. Paura di essere giudicati come cattivi conducenti, e di avere un attacco di panico nel tentativo di avere tutto sotto controllo, causando l’ evento temuto.
  5. Paura di perdere il controllo e di investire volontariamente altri veicoli o persone.

Non può essere annoverato come problema legato alla paura di guidare, quello delle persone che hanno paura di aver investito qualcuno e di non essersi fermate a soccorrere il malcapitato, in assenza ovviamente del fatto stesso. Queste persone  si interrogano e ruminano mentalmente nel tentativo di ricordare i particolari del tratto di strada nel quale è avvenuto il fatto incriminato senza arrivare a nessuna conclusione, per poi convincersi a fare il percorso a ritroso per tranquillizzarsi.

La soluzione messa in atto da queste persone per alleviare l’ ansia che il solo pensiero di dover prender l’ utomobile genera, è quello di evitare di prenderla. Questa soluzione, ovviamente  ha una valenza di breve durata, lo spazio di mquel viaggio evitato. Contemporaneamnete però conferma al soggetto e alle persone  con le quali si confida, che esiste ed è reale l’ incapacità a guidare in autonomia.
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Psicosi e Schizofrenia

La Psicosi e  Schizofrenia

schizofrenia e psicosi
Pablo Picasso
La Psicosi e Schizofrenia,sono due patologia psicologiche sulle quali  poco sappiamo, al punto da definirle “patologie psichiatriche”.
Tipicamente si pensa che il paziente affetto da psicosi, abbia un’ alterazione del cervello che produce comportamenti caratteristici:
Sorprenderà sapere che il cervello dei pazienti affetti da questi disturbi  non presenta differenze rispetto a quello di una persona perfettamente sana.(1)
D’altro canto Piccione, allievo di Basaglia, sostiene che il modello medico è inadeguato in psichiatria, e lo dimostra proponendo una diagnosi differenziale ndalla quale si evince che a differenza della polmonite e del cancro della testa del pancreas, per le quali patologie c’è almeno un riscontro obiettivo, magari post-mortem, per la schizofrenia tutto si basa sulle “chiacchiere”.
Ma veniamo intanto a cercare di capire quale differenza c’è tra psicosi e schizofrenia.
Il DSM, manuale di riferimento diagnostico usato in psichiatria, riporta:

“La Schizofrenia è un disturbo che dura almeno 6 mesi e implica almeno un mese di sintomi della fase attiva (per es., due [o più] dei seguenti sintomi: deliri, allucinazioni, eloquio disorganizzato, comportamento grossolanamente disorganizzato o catatonico, sintomi negativi). In questa sezione sono pure incluse le definizioni per i sottotipi della Schizofrenia (Paranoide, Disorganizzata, Catatonica, Indifferenziata e Residua).

Il Disturbo Schizofreniforme è caratterizzato da un quadro sintomatologico equivalente a quello della Schizofrenia eccetto che per la sua durata (per es., il disturbo dura da uno a sei mesi) e per l’assenza del requisito che prevede un deterioramento del funzionamento.

Il Disturbo Schizoaffettivo è un disturbo nel quale un episodio di alterazione dell’umore e i sintomi della fase attiva della Schizofrenia ricorrono assieme e sono preceduti o seguiti da almeno due settimane di deliri o allucinazioni senza rilevanti sintomi della sfera affettiva.

Il Disturbo Delirante è caratterizzato da almeno un mese di deliri non bizzarri in assenza di altri sintomi della fase attiva della Schizofrenia.

Il Disturbo Psicotico Breve è un disturbo che dura più di un giorno e si risolve entro un mese.

Il Disturbo Psicotico Condiviso è caratterizzato dalla presenza di un delirio in un soggetto che viene influenzato da qualcun altro con un delirio stabilizzato di contenuto simile.

Nel Disturbo Psicotico Dovuto a una Condizione Medica Generale, si valuta che i sintomi psicotici siano una consegVangelouenza fisiologica diretta di una condizione medica generale.

Nel Disturbo Psicotico Indotto da Sostanze, si valuta che i sintomi psicotici siano una conseguenza fisiologica diretta di una sostanza d’abuso, di un farmaco, o della esposizione a una tossina.

Il Disturbo Psicotico Non Altrimenti Specificato viene incluso per classificare quadri psicotici che non soddisfano i criteri per alcuno dei Disturbi Psicotici specifici definiti in questa sezione, o per definire una sintomatologia psicotica a riguardo della quale si possiedono informazioni inadeguate o contraddittorie.(2)

Come si legge, sembrerebbe che la differenza tra psicosi e schizofrenia sia molto sottile e che la caratteristica della psicosi sia la presenza di deliri e allucinazioni, sintomi che come si vede sono riferiti anche alla schizofrenia.  In effetti Il termine psicotico ha ricevuto storicamente una quantità di definizioni differenti, nessuna delle quali ha raggiunto un’accettazione universale.” Qundi nessuna meraviglia se le idee di chi legge sono e rimangono confuse, visto che è confusa la definizione che ne da il Vangelo con il quale gli psichiatri fanno diagnosi. Sarà anche per questo che non si riesce a dare una mano concreta a questi pazienti. Come diceva infatti:
schizofrenia e diagnosi
Lucio Anneo Seneca
Nessun vento è favorevole per il marinaio che non sa a quale porto vuol approdare..

 

 

 

 

La diagnosi in psichiatria si basa sulla classificazioni di sintomi “detti” al medico dal paziente e, ma più spesso o, dai familiari. Non ci sonno corredi di analisi o reperti che diano un valore oggettivo alla diagnosi: mancano quelli che in medicina sono i “Segni” della malattia, accontentandosi, in mancanza di meglio, dei “Sintomi”

(1) Renato Piccione, 1995 “Manuale di Psichiatria” . Bulzoni editore,Roma

(2) American Psychiatric Association ,2002 “DSM-IV-TR Manuale diagnostico e statistico dei disturbi mentali – Text Revision con Casi Clinici” – Masson – Milano Edizione fuori commercio distribuita ai Signori Medici da Linea Psichiatrica Ravizza

 

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Stalking, cosa fare

Stalking
Stalking a una donna

Stalking, cosa fare? La persona sottoposta a questa tortura si sente braccata e spinta in un angolo senza possibilità di fuga. L’ ansia, la paura, il terrore che il telefono possa suonare, che possa suonare il citofono. Lo stalker è sempre in agguato, sempre pronto a colpire, come nei migliori films dell’ orrore.

Da qualche anno anche il codice penale condanna il reato di stalking(dal termine inglese “to stalk” = fare la posta, braccare la preda). Rivolgersi ai Carabinieri o ad un avvocato e iniziare la procedura legale è una opzione da consisderare seriamente.

La procedura però è lunga e nel frattempo occorre attuare una strategia per ripristinare una vita possibile. Lo stalker infatti attraverso le sue azioni persecutorie, fatte di messaggi, telefonate, appostamenti, pedinamenti, rende impossibile  la vita della vittima.

L’ ideale sarebbe che a chiedere l’ aiuto allo psicoterapeuta sia proprio lo stalker, ma questi è talmente impegnato a perseguire il suo fine che è quello di “conquistare” la vittima che difficilmente accetta il suggerimento dei parenti o della vittima di farsi aiutare.

La vittima in genere si rivolge allo psicoterapeuta intanto per chiedere aiuto per la sofferenza psicologica che lo stato persecutorio le infligge, ma spesso anche perchè, consapevole che qualche proprio atteggiamento possa stimolare se non favorire lo stalker, chiede di essere aiutata ad individuarlo per eliminarlo.

Obiettivo dell’ intervento è in prima analisi l’ evidenziazione e l’ eliminazione di comportamenti che possano alimentare illusioni nello stalker. Lo stalker (dal termine inglese “to stalk” = fare la posta, braccare la preda), ha un obiettivo da raggiungere con il suo “braccare la preda” in modo ossessivo: farla cadere ai suoi voleri.

 

 

 

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Evita la dipendenza dallo Psicoterapeuta

 

Evitare la dipendenza dall psicoterapeuta

Dipendenza dallo psicoterapeuta
Dipendenza dallo psicoterapeuta

Evitare la dipendenza dallo psicoterapeuta è un dovere di qualsiasi intervento deontologicamente corretto. Si tratta di un problema di importanza non secondaria, soprattutto con pazienti con un bisogno di una figura carismatica di riferimento alla quale appoggiarsi per condividere responsabilità e rischi. O per dirla con le parole di Sonia Neale : “I clienti emotivamente-promiscui rapidamente cadono in dipendenza con i loro terapeuti ei problemi si verificano quando la dipendenza, invece del problema originale, diventa il problema principale.” “Evita la dipendenza dallo psicoterapeuta” dovrebbe essere la prima cosa da ricercare in una psicoterapia. Primum non nŏcēre è il primo dovere di chi opera nel settore della salute, sia essa fisica che psichica.

Considerate le poche sedute necessarie per risolvere la maggior parte dei
problemi con l’approcio strategico, il problema della dipendenza non si pone.
Peraltro, al fine di evitare qualsiasi forma di consuetudine con il
terapeuta, dopo le prime sedute con cadenza settimanale o quindicinale, in
concomitanza con i primi effetti della terapia, la frequenza viene diradata ad
un incontro ogni 3 settimane, e successivamente una volta al mese.
E’ evidente che non si può instaurare alcuna forma di dipendenza nei
confronti di una persona che si vede ogni 30 giorni.
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Paura di volare

Paura di volare

paura di volare
Interno di un aereo

Trattasi di una monofobia. La persona ha una normale vita di relazione, salvo se è costretto a prendere l’aereo.

Considerato che molte persone non hanno questa esigenza, probabilmente la diffusione reale di questo problema è maggiore di quanto appare dalle statistiche.
Si tratta di una paura che può avere diverse motivazioni:

-Morire per la caduta dell’ aereo

-Paura di attentati

-Paura dell’ altezza (acrofobia)

-Paura di essere chiusi in uno spazio dal quale non si può uscire (claustrofobia)

Naturalmente la consapevolezza che si tratta di una forma di trasporto tra le più sicure non serve a contenere il problema che
riguarda la sfera emozionale sulla quale poco può fare il ragionamento, se non peggiorare la situazione.

A proposito della paura degli attentati si racconta di un signore che temendo che l’aereo che deve prendere per motivi di lavoro la settimana successiva
possa subire un attentato ed esplodere in volo, chiama la compagnia aerea e si informa circa le probabilità che a bordo del volo in questione possa esserci una bomba.

Dopo una prima incredulità, l’addetto della compagnia si informa presso gli esperti e comunica che questa probabilità è pari a una su 1 milione.

Il nostro amico ringrazia e pone una seconda domanda: “quante probabilità che ci siano due bombe a bordo?”.

La risposta degli esperti non tarda venire: una su 10 milioni.

Soddisfatto, a questo punto prenota il volo.

Lo arrestano all’aeroporto, il giorno della partenza, perché ha con sé una bomba. Inutili risultano le sue spiegazioni razionalmente ineccepibili che il suo
era un modo matematicamente studiato per ridurre in maniera consistente la possibilità che l’aereo esplodesse.

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Paura di perdere il controllo

Paura di perdere il controllo

paura di perdere il controllo
paura di perdere il controllo

La paura di perdere il controllo spesso conduce a attacchi di panico, è caratterizzata dal timore di perdere il controllo delle proprie reazioni.

Si tratta di paure immotivate che possono affacciarsi alla mente di ognuno di noi. Ciò che le rende vere e proprie patologie è il tentativo di risoluzione adottato.

I colleghi cognitivisti insegnano a differenziare tra ciò che possibile e ciò che probabile, trascurando ciò che appartiene alla prima categoria per prestare attenzione
alle evenienze probabili. Chi soffre di questa patologia confonde questi due livelli.

Ecco allora che può temere di perdere il controllo e ad esempio:

-arrossire

-emettere peti in pubblico

-farsela addosso

-essere colto da un raptus di follia ed uccidere un figlio o un parente

-baciare una persona, specie se dello stesso sesso

-buttarsi dalla finestra

Ritenendo queste evenienze probabili il paziente è attua una forma esasperata di controllo sulle proprie azioni che rendono estremamente tese le situazioni di pericolo.

Questa tensione paradossalmente diventa la conferma della realtà del rischio.

L’ Effetto di tutto ciò è che il soggetto tende a somatizzare ciò che teme, per cui la persona che teme di arrossire arrossirà, chi teme di farsela addosso cercherà di
evaquare preventivamente anche ina assenza di stimoli, producendosi una irritazione intestinale con consegenti false sensazioni di bisogno di evaquare, ecc.

Ecco cosi innescato un circolo vizioso che induce ad un aumento dell’attenzione al problema.

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Non è una terapia sintomatica

Non è solo sintomatica

terapia sintomatica
terapia sintomatica

Non è una terapia sintomatica la Terapia Breve Strategica
In psicologia non è corretto usare i modelli di spiegazione e di intervento caratteristici della medicina.
L’importanza attribuita alla causa dei problemi attuali è l’effetto della cultura psicoanalitica della quale Freud è il padre, e Freud era un medico.
In medicina è possibile intervenire sulla causa scatenante un sintomo, in quanto è presente nel momento in cui il medico interviene.
In psicologia, la causa scatenante, vera o presunta che sia, appartiene al passato, è qualcosa sulla quale non è più possibile intervenire.
Gli “effetti” prodotti sono invece attuali e si presentano come sintomo; essendo un fenomeno che si manifesta nel presente, è possibile studiarlo ed eliminarlo.
Detto in altro modo, il trauma non c’è più, ma rimane il suo effetto, il sintomo. Quindi il problema, il sintomo, una volta eliminato diviene anch’esso  riferito al passato.
In questo senso la terapia strategica va considerata una terapia causale: eliminando il problema rimuove la causa del disagio psicologico.
Da un punto di vista pragmatico, l’argomento più convincente è, dal mio punto di vista, l’analisi degli oltre 3000 casi trattati negli anni dal Centro di Terapia Strategica di Arezzo
e dai Centri affiliati presenti in tutta Italia: non risultano casi di ricadute o di “spostamento del sintomo” dopo controlli effettuati a distanza di due anni dalla fine del trattamento.

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Disturbo da Deficit dell’Attenzione con Iperattività

Disturbo dell’ attenzione

Disturbo da Deficit dell’Attenzione con Iperattività: è una persistente modalità di disattenzione e/o iperattività-impulsività più frequente e grave di quanto si osserva tipicamente
in soggetti ad un livello di sviluppo paragonabile. I sintomi possono causare compromissione in contesti quali quello familiare, lavorativo o scolastico, interferendo con il funzionamento
di queste aree.
I soggetti affetti da tale disturbo hanno difficoltà a svolgere i propri compiti in maniera ordinata, curata e con ponderazione, riuscendo raramente a portarli a termine, e spostando
frequentemente l’attenzione da un’attività a un’altra. Spesso non soddisfano le richieste, o non riescono a seguire una successione di istruzioni, e tendono ad evitare attività che
richiedono una protratta applicazione e sforzo mentale, o capacità organizzative e concentrazione. Si rileva una disposizione a essere distratti da stimoli irrilevanti, interrompendo
l’attività in corso, o il discorso e il pensiero. L’iperattività si manifesta anche attraverso sintomi fisici di agitazione e irrequietezza, nonché con un eloquio eccessivo.
Impulsività, impazienza e difficoltà a contenere le proprie reazioni sono altri sintomi del disturbo, e -come gli altri- si manifestano in ogni contesto e occasione di relazione.

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Uso di psicofarmaci

 

Non si utilizzano farmaci

La terapia breve strategica, in quanto psicoterapia non presume l’ausilio di
farmaci, anzi prevede in questi casi l’abbandono degli stessi da parte del
paziente nella fase terminale dell’intervento; nella sua fase iniziale la
terapia farmacologica non sarà toccata in modo d’esser certi che qualsiasi
variazione della situazione del paziente sia da imputare all’effetto che le
manovre strategiche e non a variazioni nella sua biochimica. Successivamente
quando il problema sarà sbloccato e si avvierà alla soluzione, con la
collaborazione dello psichiatra presso il quale il paziente è in cura, si
procederà alla riduzione graduale dei farmaci fino al loro distacco totale.